martedì 14 ottobre 2014

Contest di Halloween :D

Buongiorno carissimi, come andiamo? Spero abbiate trascorso un bel weekend e che siate prontissimi per le novità che vi aspettano su questo blog!
Il sondaggio che avevo lanciato su fb e qui, riguardo a un eventuale cambiamento dell'header del blog, è chiuso. Vi ringrazio per aver partecipato attivamente; vi anticipo che... i cambiamenti ci saranno! Le risposte sono state controverse, molti mi hanno scritto e hanno votato per lasciare tutto così com'è, mentre altri hanno giustamente scritto che se ho creato questo sondaggio l'ho fatto perché la voglia di cambiamenti c'è e in effetti sento il bisogno di apportare delle modifiche per dare una ventata di novità al blog. Ne vedrete delle belle!!
A proposito di novità, alcuni di voi hanno letto già su fb che la collaborazione con il programma radio La Giovane Italia continua, anzi, si rafforza: infatti, ogni mercoledì, intorno alle 17.20 - verso la fine della puntata - ascolterete un mio brevissimo intervento. Due-tre minuti per consigliarvi un libro! La rubrica si chiamerà Lo scaffale di Chiara ^_^ Mi raccomando, sintonizzatevi ogni mercoledì su Ryar Web Radio, ascoltate la puntata con gli interessantissimi ospiti di Andrea e poi il mio angolino libresco :D

E ora veniamo a noi. Si avvicina Halloween, festa che amo particolarmente, mi piacciono i colori, le maschere, i bimbi che gridano "Dolcetto o scherzetto" e anche quest'anno vorrei festeggiare con voi proponendovi un giochino. Naturalmente ci saranno dei premi in palio!



Allora, le regole per partecipare sono semplicissime:
1) Iscrivetevi al blog solo e soltanto se vi piace, così potremo chiacchierare piacevolmente di libri.

2) Di seguito leggerete l'inizio e un estratto (quasi finale) del racconto di Edgar A. Poe, Il crollo della casa degli Usher.
Il vostro compitino sarà quello di scrivere, nei commenti sotto questo post, come secondo voi dovrebbe finire questo racconto. Mi raccomando, dev'essere un finale degno di Halloween! Bastano anche poche righe...

Il premio è naturalmente.... un libro!!!! Per voi in palio l'horror per ragazzi (ma non solo) di Emanuele Corsi: Il sussurro dell'Uomo Nero




E i premi non finiscono qui! Il vincitore, nonché il suo finale da brivido, avranno una menzione speciale nel programma radio di Andrea, La Giovane Italia :D Non male eh?


Il contest si chiuderà giovedì 30 ottobre a mezzanotte
Vi aspetto numerosi!


Il crollo della casa degli Usher

DURANTE un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire
dell'anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente
basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di
regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi,
mentre già si addensavano le ombre della sera, in prossimità
della malinconica Casa degli Usher. Non so come fu, ma al
primo sguardo ch'io diedi all'edificio, un senso intollerabile di
abbattimento invase il mio spirito. [...] Contemplai la scena
che mi si stendeva dinanzi, la casa, l'aspetto della tenuta, i muri
squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi
maleolenti, alcuni bianchi tronchi d'albero ricoperti di muffa;
contemplai ogni cosa con tale depressione d'animo ch'io non
saprei paragonarla ad alcuna sensazione terrestre se non al
risveglio del fumatore d'oppio, l'amaro ritorno alla vita
quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a
me una freddezza, uno scoramento, una nausea, un'invincibile
stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell'immaginazione
avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunché di sublime. Che
cos'era, mi soffermai a riflettere, che cos'era che tanto mi
immalinconiva nella contemplazione della Casa degli Usher?
Era un mistero del tutto insolubile; né riuscivo ad afferrare le
incorporee fantasticherie che si affollavano intorno a me
mentre così meditavo.

[...]  e adesso con un senso di
smarrito stupore, non vi era dubbio (per quanto da che
direzione provenisse mi era impossibile dire) che in quel
preciso istante anch'io sentivo inequivocabilmente un rumore
sommesso e apparentemente lontano, ma aspro, prolungato,
raschiante e forse stranamente urlante [...]



30 commenti:

  1. Qui sotto nei commenti? Non ho capito :(
    Complimenti per la collaborazione!!

    RispondiElimina
  2. Oddio pensavo si capisse dal punto 2! Ora lo modifico. Comunque sì, dovete lasciare la frase nei commenti sotto questo post.
    Grazie cara, baciiii

    RispondiElimina
  3. Mi avvicinai allora alla casa per capire da dove provenisse questo rumore. Più mi avvicinavo a queste mura spettrali più sentivo un freddo insolito gelarmi il sangue nelle vene. Non c'era nessun segno di vita, tutto pareva abbandonato e consumato dal tempo. Il rumore si faceva sempre più forte e sembrava provenire dal suo interno ma anche dalle viscere della terra che con i suoi alberi quasi inglobavano l'edificio. La luce era fioca e grigia, ma mi parve di scorgere un bagliore proveniente da una finestra rotta, mi avvicinai e all'interno con grande sgomento intravidi una donna con lunghe vesti bianche e una chioma rossa e fluente che, seduta su una sedia mezza rotta, si specchiava in uno specchio d'argento. Per una frazione di secondo i nostri sguardi si incrociarono, lessi meraviglia e al contempo terrore nei suoi occhi. Fu allora, in un attimo, che tutto accadde. Il rumore si fece ancora più sordo e profondo e la casa cominciò a collassare su se stessa con un fracasso infernale, venne come risucchiata dal terreno. Poi tutto ad un tratto cessarono i rumori e ci fu silenzio, un silenzio surreale. Io mi ritrovai a terra, ricoperto di foglie muschi e licheni. Mi alzai incredulo, con ancora il ricordo di quello sguardo di donna, e con sgomento vidi che dove prima c'era la casa ora c'era un grande stagno limpido e placido. Non vi era traccia alcuna dell'abitazione. Mi avvicinai alla riva dello stagno per toccare l'acqua, quasi per capire se tutto ciò che vedevo fosse davvero reale, l'acqua era fresca e cristallina. Sul fondo dello stagno, a pochi passi dalla riva, vidi brillare qualcosa, entrai bagnandomi fino alle ginocchia, cercai di afferrarlo con le mani e lo tirai fuori dall'acqua, era uno specchio d'argento! In quel momento sentii un fruscio di foglie, sulla sponda opposta dello stagno una cerbiatta si era avvicinata e si stava abbeverando, appena mi mossi questa sollevò il capo di scatto, guardò nella mia direzione e poi fuggì inoltrandosi nel bosco. Riconobbi quello sguardo, riconobbi quegli occhi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. (ops... mi è venuto un po' lungo, scusami ;-)

      Elimina
    2. Ciao Cristina!
      Nooo ma quale lungo, è perfetto, ti ringrazio per aver partecipato ^_^

      Elimina
  4. Mi avvicinai, sapendo che la casa era disabitata da qualche settimana. Da quando quelle presenze avevano iniziato a giocarci dentro.

    Pensavo che fossero dicerie, non avevo paura, solo... una certa ansia. Quell'ansia che è solita acccompagnarmi quando visito luogi solitari, o sentieri in mezzo al nulla.

    La porta era aperta, come se gli Usher fossero fuggiti in fretta e furia, e varcai la soglia guardando in alto. Mi avevano sempre incuriosito quei soffittti altissimi, quelli lampadari enormi e grotteschi con tante lampadine piccole, poco luminose, che insistevano a voler rischiarare quel luogo come fossero tante candele.

    Uno spiffero mi raggiunse, facendomi rabbrividire un poco. Mi strinsi nel cappotto e mi voltai nella direzione da dove proveniva, e allora la vidi.

    La morte, con la sua falce. Lì, all'improvviso, era venuta a prendermi!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. il Venditore di pensieri usati. Spero di essermi registrato in maniera corretta.
      Parlo di libri anch'io, nella mia bottega sperduta nel web.

      A presto!

      R.

      Elimina
    2. Ciao R.!
      Grazie mille per aver partecipato :-)

      Elimina
  5. Attraversai il cortile soffocato dagli arbusti, un prato fatiscente che sembrava abbandonato da decenni. Il rumore si faceva più intenso. Fu allora che intravidi un’ombra confusa, annidata fra gli steli d’erba.
    Mi avvicinai e la nausea divenne insopportabile, un tanfo di putridume e carne avariata mi invase le narici. Una donna enorme era adagiata sul terreno. Gloriosa vertigine di carni. Notai il vestito troppo stretto e i tacchi a spillo divorati dai vermi, e non riuscii a proferire parola. Un senso di impotenza pervadeva ogni muscolo, lo strazio mi annientava l’anima. La donna si era girata verso di me e mi fissava con occhi bianchi, senza pupille. Stava masticando qualcosa trattenendo un fardello scuro sulla pancia gigantesca.
    Inorridii e gridai come un bambino quando riconobbi ciò che portava sul grembo. Un gatto nero, gemente, emetteva gli ultimi aliti di vita. Non volevo pensare che si trattasse dello stesso gatto nominato nelle lettere dal mio amico. Il suo unico compagno durante la malattia.
    Chiesi alla donna chi fosse con un filo di voce impastato dalla paura.
    Un gorgoglio come risposta.
    In quel momento capii che la fuga sarebbe stata l’unica via per salvarmi da quel supplizio. Girai le spalle all’orribile scena e provai a convincere me stesso che fosse tutto un tremendo incubo.
    Fu allora che ricevetti risposta. Mi chiamò per nome. Deglutì l’ultimo boccone e allungò la sua mano sudicia e paffuta verso di me. La Signora Morte.
    Rantolò qualcosa sul fatto che mi stava aspettando, che la mia visita alla casa degli Usher era solo un buon pretesto per incontrarci. L’ora dell’abbraccio eterno era scoccata. Mi ritrovai cinto dalle sue carni, infinitamente piccolo e stanco di quella miserabile follia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Diego! Ce l'abbiamo fatta, sono contenta ^_^' grazie per aver partecipato!

      Elimina

  6. Mi riportò alla mente la segheria del nonno, quando lo stridere del legno vecchio mi faceva accapponare la pelle, sembrava che i tronchi vivessero di vita propria, e non s’arrendessero dinanzi alla lama che con la delicatezza d’un boia s’accingeva a ricavarne tavole perfette tutte uguali, se non fosse per i nodi che ne distinguevano la paternità.
    Tesi l’orecchio buono per percepire la provenienza di quel fragore, ma ogni scricchiolio era a sé stante: ora vicino, ora lontano, penetrava nel cervello come un picchio che crivella un buco nel fusto. Spostai la polverosa e pesante tenda di velluto grigio, e scorsi un ragno solitario intento a tessere la tela, speranzoso di procurarsi la cena, ma in quella stamberga di mondo senza tempo, né v’era mosca che volasse, né verme che strisciasse, perfino le creature più meschine si tenevano alla larga da quel luogo funesto.
    Mi sentivo in trappola forse da un momento all’altro sarei divenuto io la cena di quel ragno, o forse la casa m’avrebbe inghiottito e vomitato sul pavimento, cosicché anch’io facessi parte di quel processo di trasmutazione, dove chiunque vi avesse abitato in qualche sinistro modo, morendo ne venisse assorbito. Ora era chiaro la casa si nutriva dei suoi abitanti, mi rassegnai all’idea di non avere scampo alcuno e m’accasciai nel divano bisunto, chiusi gli occhi e m’arresi al mio destino.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per aver partecipato Luisa :-)

      Elimina
    2. Figurati, mi sono divertita, soprattutto nei molteplici tentativi di postare il racconto. Ma alla fine era diventata una questione di principio e vinto io!!! ;))

      Elimina
    3. Oddio anche tu hai avuto problemi?! Mi dispiace, non so perché succeda :-/
      Allora mille volte grazie ^_^

      Elimina
  7. Inizialmente ne ebbi paura, il primo istinto fu quello di scappare, fuggire via, allontanarmi il più possibile da quell'oscuro lamento e riappropriami del mio senno.
    Ma qualcos'altro mi diceva di proseguire e scoprire a cosa appartenesse quella litania straziante.
    Se non altro per non continuare a pormi quella domanda nel tempo.
    Mi conosco, sono sempre stato un tipo che cerca la realtà delle cose, e anche in quello sarei andato a fondo.
    E così feci.
    Mi addentrai nel bosco nei pressi della casa, sempre con l'orecchio attento, pronto a captare la minima modulazione in quello strano rumore.
    Procedetti verso ovest, dando ormai le spalle a quella casa, che era stata ragione di tanto ingiustificato malessere.
    Era buio, le ombre mi confondevano e mi turbavano, la luce pallida della luna rischiarava solo quel tanto da permettermi di non sbattere contro un arbusto o inciampare sui miei stessi passi.
    All'improvviso un gelo inaspettato mi attraversò.
    Una sensazione mai provata prima e che mai più ho provato da allora.
    Un'impressione di fredda e inumana tristezza, come se dopo averla provata non potessi mai più essere felice.
    Un odore pungente, stantio, di morte, mi penetrò le narici dandomi il voltastomaco.
    Mi feci prendere da intensi conati di vomito che riuscii a stento a ricacciare via.
    Un forte bruciore allo stomaco mi prese, e ancora più turbato continuai la ricerca.
    A questo punto penserete che avrei fatto bene a ritornare sui miei passi, bene ora lo penso anch'io... ma allora, quello che vidi, non me lo sarei mai potuto immaginare.
    All'improvviso il mio orecchio riconobbe quello che era un pianto di donna, era certo, non vi erano dubbi, mi rassicurai e mi dissi che avevo fatto bene, avevo preso la decisione giusta, così cominciai a chiedere:
    - "Dove siete? Serve aiuto? Non vi vedo, ditemi dove siete, parlate se potete" -
    Nessuna risposta, solo un melanconico pianto che continuava più doloroso ed incessante.
    Inconsolabile.
    Mi feci guidare da quel lamento, più di una volta mi ritrovai nello stesso posto, ma alla fine la scorsi.
    Una figura voltata di spalle, inginocchiata per terra, china su se stessa.
    Pallida come la luna che risplendeva alta nell'oscurità della notte, vestita di logori stracci.
    Capelli biondi lunghi fino alle scapole, bagnati forse di fango e melma.
    Piangeva e si dondolava su se stessa, avanti e indietro, facendosi cullare dalla monotona nenia del suo pianto.
    Scosso e incredulo mi stropicciai gli occhi tanto mi pareva incoerente quella visione.
    Ma passato lo sconvolgimento iniziale, delicatamente mi avvicinai presentandomi e dicendole che non volevo farle del male.
    La donna continuò ad ignorarmi sino a che, per distoglierla dal suo stato catatonico, le sfiorai leggermente una spalla con la punta delle dita.
    Non scorderò mai la sensazione che ne ebbi di rimando.
    Fu un attimo.
    Immediatamente ritrassi la mano come si fa quando si tocca la fiamma.
    Era gelida e bruciava allo stesso tempo.
    Pochi secondi dopo si voltò e ne ebbi una visione che ancora tormenta ogni notte i miei sogni.
    Un volto livido, smunto, scavato così profondamente che era possibile vederne le ossa in trasparenza, sotto quell'impalpabile strato di pelle che la ricopriva.
    Al posto degli occhi due solchi vuoti e neri come la pece.
    La bocca spalancata in un urlo doloroso e straziante.
    Mi afferrò il polso con un gesto rapido ma debole, e urlò ancora.
    In quell'urlo mi parve di sentire qualcosa che al momento non capii, ma che rielaborai successivamente: "Bruciala"
    Lasciò la presa e scomparve.
    La notte ripiombò nel silenzio, e si sentirono i grilli cantare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao cara, grazie infinite per aver partecipato e complimenti per questo finale spaventoso O.O

      Elimina
  8. Qualunque cosa fosse, sembrava essere ormai alle mie spalle. Ogni minuto che passava quel rumore diventava sempre più intenso. Un misto tra un latrato d'animale, l'urlo straziante di un bambino e il respiro affannoso di qualcosa di indecifrabile.
    Una cosa era certa: quello che si celava dietro la mia schiena, e che quasi mi attendeva, non aveva nulla di umano.
    L'istinto di sopravvivenza mi diceva di andare avanti, abbandonare per sempre quella casa e i suoi misteri, e non voltarmi più oltre.
    Ma la curiosità, la necessità di sapere cosa stava realmente accadendo, e forse anche una buona dose di imprudenza, mi impedì di farlo.
    Non oso dire cosa i miei occhi videro in quel momento, ma quel ambiguo e terrificante sorriso ancora oggi mi tormenta.
    Il modo in cui quell'essere immondo ghermiva la povera innocente creatura, gli occhi del ragazzino così pieni di angoscia ma privi di qualsiasi speranza, non riescono, neppure adesso, ad abbandonare la mia mente.
    Ogni notte nel mio letto mi sembra di risentirlo.
    E come se in qualche modo mi avessero seguito. Eppure, per quanto li cerchi nella mia stanza, perlustrando ogni minimo angolo buio, non riesco ad avere prova che la mia non sia soltanto un residuo di pazzia.
    Non posso fare altro che percepire la loro presenza nascosta nell'ombra, talvolta ai piedi del mio giaciglio, talvolta in agguato dietro una tenda, o, come nei miei peggiori incubi, accanto al mio cuscino.
    Inesorabilmente quel respiro affannoso è l'ultima cosa che ogni sera mi accompagna nell'oblio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao, benvenuta nel blog e grazie per aver partecipato ^_^

      Elimina
    2. Grazie a te per il giveaway e per questa idea originale. Mi sono davvero divertita a cimentarmi con questo finale!

      Elimina
  9. Fu allora che li vidi.
    Lei, la pelle livida di nebbia, sotto la tesa d'un largo cappello a cilindro, danzava abbracciata a un satiro ardente.
    Rossa come l'edera, rideva, la dama, le gambe bianche, scoperte e oscene, affondavano in un ingorgo di luci ai suoi piedi, tremolante come un canto di grilli nell'aria pesante di bruma.
    L'umidità sfumava il mondo attorno, ci cullava in un dimentico amplesso d'ovattata irrealtà.
    Nel grigiore, lo stridio gemette, confuso dal pallore del giorno, nell'acuto assolo d'un violino.
    Mi sentivo una falena silente, abbagliata di meraviglia e consumata di desiderio, lusingata dal lucore e dall'illusione di poterli assorbire, in qualche modo, solo guardandoli, e divenire anch'io, allora, nera estranea ombra, fatata quanto loro.
    Le mani sgraziate del satiro si aggrapparono al corpetto sottile di lei, le scoprirono un seno che ricadde pesante, invitante come un frutto turgido di piaceri.
    La dama inarcò la schiena, si offrì all'affondo dei morsi di lui, sollevò una gamba per attirarlo prossimo a lei e d'un gesto lieve e morbido protese un braccio, sottile, candido, verso di me. Sorrise d'un riso spigoloso. Cristallino, raschiò ancora l'aria ma si fuse in duetto alla melodia del violino.
    Non c'era più casa, né cavallo, né paura, né odori, né malesseri o stanchezza. Solo lei e un vago sapore promesso che mi chiamava a saziarmi e raggiungerlo.
    Accolsi la mano e le sue promesse. Sembrava amica e io ero perso.
    I bagliori presero a ballare in tondo, adulandomi. E non avvertii il dolore dei graffi, né il colare del sangue o il bruciore dei morsi. Il piacere avviluppava l'agonia della vita che si perde e la rendeva meno reale o importante di quella poesia.
    Ombre.
    Ora vago, consumato dall'odio e dalla fame, in questa maledizione sommessa, tra le mura di cinta, divorate dai rovi, attendo, scuro guardiano che un altro visitatore s'addentri.
    E ora odo lo scalpiccio d'un cavallo.
    S'avvicina...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Simonetta, grazie per aver partecipato e per aver scritto un finale originalissimo :-)

      Elimina
  10. Non vi era ombra di dubbio. Quel rumore erano le grida della casa. Ne ero certo. Grida soffocate, quasi trattenute dalle mura vecchie e logore della casa degli Usher.
    Chissà cosa avevano visto di tanto macabro, chissà a quali scempi avevano assistito per non riuscire neanche a urlare di dolore come si converrebbe per richiamare a dovere l’attenzione del Bene e ricacciare indietro il Male dai bassifondi da cui è risalito.
    Mi avvicinai meglio per osservare quella casa e un’immagine mi si piantò di fronte chiara e nitida come null’altro era stato fino a quel momento. La facciata dell’edificio era l’immagine vivida e oscura di un volto. E il portone d’ingresso, scuro e buio, si ergeva dal terreno come una bocca spalancata che chiede aiuto e nello stesso istante è pronto a sbranarti. Così, lì immobile sul mio cavallo, rimanevo nell’indecisione più assoluta e paralizzante. Conveniva continuare il cammino e prestare soccorso a chissà quali esseri innocenti vivevano tra quelle stanze indicibili sofferenze oppure era meglio tornare indietro, fuggendo dal pericolo di una perdizione quasi sicura?
    Assorto e aggrovigliato in questi pensieri non feci caso all’ombra che mi si palesò davanti. Era enorme, silenziosa e in un istante avvolse me e il mio destriero trascinando i nostri corpi all’interno della casa degli Usher. Ora, lì prigioniero tra quelle mura, riuscivo a vedere dalle finestre il panorama esterno e scorgevo un viaggiatore avvicinarsi e fermarsi a pochi metri dalla casa. Cercai di urlare, di avvisarlo di non avvicinarsi oltre ma il mio corpo era come immobilizzato, prigioniero di una rete di ombre che mi avvinghiava a sé. Neanche la mia voce riusciva a uscire con la forza che io avrei voluto imprimergli.
    Dalla mia gola usciva solo un rumore sommesso, quasi un pianto leggero, e il suono era aspro, prolungato e raschiante.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Maria Rosaria, benvenuta nel blog e grazie infinite per aver partecipato :-)

      Elimina
  11. La curiosità, a volte, è più forte della paura.
    Feci un passo verso quell’ammasso diroccato e uno scricchiolio si propagò tutt’intorno al mio piede come una crepa su una lastra di ghiaccio. Feci allora dei passi veloci ma un fragore estremo lacerò l’aria e linee spezzate simili a lampi incisero il terreno alle mie spalle. Fuoriuscì un odore di marcio che m’impregnò le nari e penetrò nei polmoni pari a piombo fuso divenendo tutt’uno con la mia carne.
    Corsi più veloce del fulmine verso l’ingresso della casa degli Usher e con la coda dell’occhio notai che dietro di me non era rimasto più nulla di solido: alberi, stagni, prati. Tutti inghiottiti. L’enorme impressione mi fece battere pazzamente il cuore. Osservai l’edificio: finestre dalle orbite nere mi fissavano ciniche e la porta aperta era una bocca avida pronta a ingoiare chiunque.
    Una voce lugubre mi chiamò: — Vieni Stefano…
    Salii sconvolto la pericolante scaletta esterna, varcai la soglia e con enorme sorpresa, tra lenzuola di ragnatele e ragni come uova, scarafaggi più grossi dei rospi e topi dal muso di cinghiale, apparve nella penombra un enorme salone affollato di donne, bambini e vecchi contemplanti chi le pareti, chi il pavimento, chi il soffitto e chi le finestre. Immobili in attesa di uno scatto fotografico, mostravano un’espressione stupita, gli occhi sbarrati e la bocca spalancata. Li guardai uno a uno, li toccai e rabbrividii.
    Un calore intenso passò d’un tratto nelle mie mani venandole di un reticolo che invase braccia, petto e salì al collo, alla testa, radicandosi fino alle gambe. La violenza di quel bollore cessò al compimento della trasformazione. Un freddo immenso poi mi gelò e durante la sensazione di trapasso io e le statue ci guardammo con un misto di dolore e sbigottimento: la bocca aperta in un urlo muto e gli occhi spalancati in un’espressione di terrore.
    — Finalmente! — disse la voce rauca di prima. — Erano secoli che ti aspettavo.
    Rimbombò una grande risata e l’eco rimpallò di stanza in stanza, di scala in scala, per ore e ore, fino a diminuire sempre di più, sempre di più… per poi spegnersi del tutto.


    RispondiElimina
  12. Salvatore Stefanelli27 ottobre 2014 23:51

    Decisi di entrare ma i piedi si mossero in tutt’altra direzione. Curioso lasciai che mi portassero dove volevano. Mi ritrovai sul retro della casa a contemplare una desolazione più devastante del davanti, assuefatto all’idea che solo chi amasse la morte potesse trovare interesse in una tale fatiscenza. Il suono aspro e lontano si ripresentò risvegliandomi dall’indolente torpore che mi stava assalendo. Una botola aperta innanzi a me dava nello scantinato. Proveniente dall’interno un opprimente odore di carbone inumidito frammisto a quello sanguigno del ferro arrugginito. Provai ad affacciarmi con discrezione oltre il bordo, il nero fu tutto quello che riuscii a vedere, e l’inizio di una scala dalla dubbia solidità. Udii di nuovo quel rumore e provai l’irresistibile necessità di sporgermi con decisione. Non ebbi tempo di capire, che precipitai. Non so dire quanto restai a fissare un punto indecifrabile sotto di me. Il martellante pulsare del sangue contro le tempie, il sapore misto alla polvere tra le gengive, il soffrire dei muscoli non furono nulla in confronto al risveglio doloroso del polso. La mano penzolava in modo innaturale e, nonostante tutto il male, non potetti fare a meno di ridere iroso alla mia inavvedutezza. Una più graffiante risata attraversò lo spazio vuoto davanti a me, rabbrividendomi. Alzai lo sguardo con esasperata lentezza. Una luce illuminava il corpo gracile di una donna. La nudità che traspariva dalla veste mi distrasse dall’osservare il resto. Un cigolare oscillante allettò la mia attenzione, ciocche di capelli color zucca diradavano verso l’apice della testa finendo per mostrare l’essenzialità delle ossa craniche. Senza che il corpo si muovesse, la testa si voltò verso me in modo così repentino che non mi ero ripreso dallo spavento e già era tornata a girarsi, completando il cerchio. Seguì un’altra risata. Quella riprese a vorticare come una trottola impazzita. Avrei voluto gridare ma non riuscii a emettere che flebili versi di asfissia. Stavo per svenire. Il ruotare frenetico finì e ritrovai la donna a un passo da me, il volto immerso nelle volute di aria e polvere del mio respiro. Dalla cavità destra l’occhio ceruleo spingeva lo sguardo fino alla mia anima, mentre nell’altra il vuoto dell’orbita si riempiva sul fondo di un rosso palpitante. Il rosso dell’inferno.
    Morii. Precipitai nell’abisso del nulla e in me non avvertivo altro che l’urlo di disperazione dell’anima. Quando mi risvegliai dalla morte, il silenzio era abissale. Con il ventre a terra emisi il primo dolorante respiro. Crepitii tra le foglie, passi che incerti graffiavano l’humus. Tremavo, aspettando il compiersi del destino. Una lingua biforcuta mi saettò davanti a tastare l’aria. L’essere arcaico si arrestò, scrutandomi con l’occhio destro. Voltò la faccia a osservarmi con l’altro. Passarono attimi senza che nessuno dei due si muovesse. Avvertivo il suo cuore battere all’impazzata, concentrai su di esso ogni mio sentire. Potevo vedere il sangue fluire e defluire da quel muscolo. Quasi scorgerne i pensieri, se mai ne aveva. Soffiai con forza la polvere che mi solleticava le narici e il ramarro sparì tra resti di natura morta. Di fronte c’era la casa degli Usher, i muri squallidi, le finestre che osservavano senza vedere, gli alberi smorti e ricoperti di muffa. Non avvertii più quel senso di scoramento, la nausea della prima volta. La mente vivida sublimava tutto con spirito nuovo. Quella casa era quella che stavo cercando, in un’impellenza appena nata. Già all’ingresso mi rallegrai del grigiore, delle ragnatele alle pareti, dell’odore di stantio. Liberai il grande pendolo, che si stagliava al centro di un doppio arco quale guardiano del tempo. Alle spalle, uno specchio sembrava voler salutare gli ospiti in uscita con i volti satirici scolpiti nella cornice. Mi specchiai. Feci pochi passi e tornai indietro. Riflesso tra le macchie d’argento, c’ero io. I capelli arruffati, gli zigomi sporgenti su labbra sottili e un occhio, solo. Nell’altra cavità il pulsare rosso dell’inferno. In fondo, la mia anima che rideva graffiando l’aria.

    RispondiElimina
  13. Salvatore Stefanelli27 ottobre 2014 23:55

    Ho dovuto accorciare il testo di oltre 1300 battute. Avevo sforato ma non ho trovato da nessuna parte che il limite imposto fosse di 4096. Comunque è fatta. Ciao

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Stefano, grazie per aver partecipato ^_^
      Forse è Blogger che pone un limite di battute, non lo sapevo nemmeno io, mi dispiace! Se vuoi, puoi inviarmi una mail con il testo completo a: lerecensionidichiara@gmail.com

      Elimina

Abbuffiamoci di parole!!!